Home » News » ROAD TO JAPAN: the history of a dream!

ROAD TO JAPAN: the history of a dream!

ROAD TO JAPAN: the history of a dream! - ASSOCIAZIONE SPORTIVA POCHI 89

Storia di un viaggio indimenticabile alla scoperta della cultura giapponese, con il grande onore di vestire la maglia azzurra ai mondiali di Broomball di Tomakomai..

Si parte in pulmino all’alba, Florian e Armin dell’Egna, i ragazzi del Pochi ‘89 e Ivan e Gig degli Sharks. E’ l’inizio di un viaggio che da li a poco ci avrebbe portato dall’altra parte del mondo, in quel Giappone famoso solo nei film, in quell’isola talmente lontana che diventava difficile anche solo immaginarla. Lo scopo del viaggio è chiaro: partecipare con la maglia azzurra ai mondiali di Broomball a Tomakomai, prima volta che questa manifestazione viene organizzata nel continente asiatico.

A Milano ci aspettano i 6 Belumati della spedizione, il presidente Bettini, Cagnati e Mirko, Pagnussat, Canei e Lorenzo. Li accompagna all’aeroporto l’amico Renè Losso, già lupo giallonero agli europei di Bled, che ci tiene a darci un saluto da vicino! Da li tanta aria sotto ai piedi, 18 ore di volo con scalo nella calda e umida Hong Kong: stagioni che si alternano sulle ali di un aereo che carico di sogni e aspettative porta il gruppo azzurro nella terra dei Samurai.

 

Atterriamo all’aeroporto di Chitose, vicino a Sapporo. Ci accoglie un vento freddo e tanta pioggia, impareremo presto a convivere con un tempo che si alterna velocemente, sole e pioggia che si rincorrono, spesso separati da un arcobaleno leggero, appena abbozzato! Partiamo in autobus alla volta di Tomakomai, cittadina di 170 mila abitanti nella regione di Hokkaido, a 50 chilometri della ben più famosa Sapporo.

Il primo impatto è selvaggio, Giappone ben chiuso dalla contaminazione del mondo esterno, vince la tradizione in una cultura che difficilmente si china allo sviluppo del mondo occidentale.  Troviamo gente disponibilissima, che in qualche modo cerca di farsi capire nella lingua universale dei gesti, vero punto in comune di tutte le nazioni, soprattutto in questo Giappone dove quasi nessuno parla l’inglese, nemmeno molti ragazzi e ragazze del liceo. Ma gli ostacoli della lingua si superano, e diventano anzi un modo per conoscere la devozione e la disponibilità dei cittadini di Tomakomai, sempre pronti a dare indicazioni e ad accompagnarci alle varie destinazioni.

 

La gita del lunedì a Sapporo è stata un' occasione in più per conoscere e approfondire tutto questo, e in particolare questa cultura del rispetto che non conosce limitazioni. Troviamo quasi utopistico, per noi italiani abituati alle macchine parcheggiate in seconda fila,  vedere la gente che si mette in fila due a due per salire sui puntuali treni di Hokkaido. Persone che ti aiutano, che ti salutano, soprattutto che ti sorridono, perché in fondo siamo visti come un ospite, un amico da accogliere.

Entriamo su di un treno caldissimo, un signore magro si avvicina e ci parla in un timido italiano. Le nostre giacche blu sono le nostre bandiere, giriamo e la gente ci nota, siamo il branco, una macchia che si muove, carica di storia e di bellezza, quel blu che racchiude il Bel Paese, dalle Dolomiti alla Reggia di Caserta. Il signore è stato diverse volte in Italia: Roma, Firenze, Orvieto. Si ricorda ancora l’italiano, si vede che non vede l’ora di rispolverarlo, ci parla dell’Italia come del Paradiso, a noi che spesso non apprezziamo quello che abbiamo, troppo distratti per accorgerci delle bellezze che ci circondano. Il signore ci aiuta con la coincidenza del treno, ci da qualche consiglio per la visita alla città, e poi ci saluta, ovviamente non senza aver fatto prima una foto con noi, nel Giappone che non si smentisce,  cellulari moderni che scattano foto ad ogni occasione. Lo ritroveremo due giorni dopo, infreddolito e felice a vederci giocare contro l'Australia.

Sapporo, la città ai piedi delle montagne, la città che nel 1972 ha ospitato le olimpiadi invernali. Ci rimane l’immagine di questi grattacieli che in modo ordinato, geometrico accompagnano il mondo industrializzato, con i vapori delle fabbriche, fin sotto le montagne, tonde, curve, mai spigolose! La vista della città da uno dei grattacieli più alti del mondo, le macchine brutte, quadrate, delle scatole con le ruote, parcheggiate tutte meticolosamente, come pezzi di puzzle, come macchie di colore che contrastano il grigiore dei palazzi.

Sapporo, quasi due milioni di persone, ragazze in scarpe troppo grandi, tacchi che ballano nel Paese dei terremoti, cani piccoli, come per assomigliare per forza ai padroni, città pulita, alberi e antenne, colori e abbinamenti improbabili, siamo lontani 10 mila chilometri da casa, si vedono tutti!! Torniamo a Tomakomai, i ragazzi rimasti in albergo ci dicono che nel pomeriggio c’è stato un terremoto, facce di paura sui nostri che si mescolano ai sorrisi dei giapponesi, abituati al respiro agitato della terra.

La sera usciamo per cercare un ristorante, iniziamo a conoscere la cucina del posto. Ordiniamo spesso riso e sushi, un po’ per andare sul sicuro, un po’ per essere sicuri di essere capiti. Tutti ci accolgono sempre bene, ci mancheranno i loro sorrisi sinceri! Il cibo è buono, spesso manca però di sostanza, c’è chi imparerà ad amarlo, c’è chi imparerà presto ad odiarlo. Apprezzeremo da li a poco il caffè caldo in lattina, la carne cotta alla griglia direttamente ai tavoli dei ristoranti, apprezzeremo la colazione del Hotel, dolce risveglio per pance affamate, rimarremo stupiti  di mele e pere troppo grandi per sembrare naturali, la frutta che cresce troppo nel Paese del Sol Levante!

 

Venerdì andiamo al villaggio antico di Hokkaido, si guida a sinistra in Giappone! Arranchiamo lenti su autostrade interrotte troppo spesso dalla luce rossa dei semafori, strade dritte e larghe, piene di macchine che con disciplina mantengono la velocità sotto il limite dei sessanta, ancora gli opposti che convivono, enormi strade per formiche contente.

Il villaggio antico è vicino a Sapporo, un’enorme spazio verde raccoglie le abitazioni tipiche giapponesi del diciannovesimo secolo, ricreando meticolosamente un vero e proprio villaggio. Lo stile è molto caratteristico, visitiamo la stazione e la scuola media dell’epoca, il tempio e la chiesa, religioni che convivono, visitiamo i magazzini con le reti per la pesca delle arringhe, lo studio del fotografo e del barbiere, accarezziamo con gli occhi la vita degli artigiani di allora, fedelmente riprodotta. Cala la notte sul villaggio antico, le luci gialle, un vento forte e la temperatura che scende veloce verso lo zero, un grande silenzio, all’uscita dei visitatori, quando nessuno può violare l’intima realtà della storia, ci immaginiamo il villaggio riprendere vita, la città fantasma di Hokkaido, vita e leggenda!

Torniamo in albergo, come ogni sera nella Hall del Hotel troviamo il nostro amico Michelle, ragazzo senza età che gioca per i Most Wanted, squadra che da li a poco vincerà il campionato Masters. Il boscaiolo del Quebec ogni sera riesce a stupirci, lui col suo stretto francese, noi con quel che troviamo, in qualche modo ci si capisce: GO, GO, GO… Il suo carisma e la sua energia. Vivere sempre al 100%! Grande Michelle!

 

E poi il mondiale, una lunga cavalcata che ci porterà alla conquista della Challenge Cup. Nove partite in cinque giorni, ritmi anomali per il broomball da un allenamento a settimana. Affrontiamo il mondiale con lo spirito giusto, tosti, carichi, un po’ più spenti al mattino, sicuramente più accesi il pomeriggio.

Del mondiale ricorderemo il primo gol di Furli, lo vedo ancora mentre corre con gli occhi che ridono verso la panchina, è la prima goccia di pioggia in un deserto che ha sete. E’ stato il primo gol del mondiale, la prima vera fotografia!

Ricorderemo le emozioni contrastanti di chi inizia e di chi continua, come se il tempo non passasse, forse perché clemente con chi ha una passione troppo grande: da una parte i ragazzini, Pedro e Vale, nella favola mondiale che li porta a giocare l’azzurro, appena diciottenni, carichi di sogni ed energia. I ragazzi che crescono, sembra ieri quando Rolando gli diede in mano la prima stecca, i primi tiri, le prime botte! Vederli ora giocare contro la squadra più forte del mondo, quel Canada che da sempre ha fatto la storia di questo sport, vederli combattere, con il giusto equilibrio di paura e coraggio, è stato emozionante! Dall’altra parte Becco, numero 9 storico del Pochi ’89, giunto al nono mondiale, ragazzo cresciuto sui campi da ghiaccio, sempre la stessa voglia, la grande esperienza messa naturalmente, umilmente, a servizio dei più giovani, a servizio della squadra. Pedro e Vale che danno il cambio a Becco, generazioni che si toccano!

Ricorderemo l’urlo del capitano, mio capitano, Roccia, che porta quella grinta in più, leader dentro e fuori dal campo, l’ultimo a mollare! Ricorderemo la faccia di Lisa nascosta dietro la macchina fotografica, sempre pronta a immortalare l’attimo giusto!  E poi i massaggi di Lorenza, sostegno fondamentale al team! Ricorderemo l’eroismo della Mik, che con un dito rotto decide di giocare anche l’ultima partita del mondiale con la squadra delle International Swans, il Broomball che è battaglia, la squadra che non si molla fino alla fine, con la grande voglia di esserci ad ogni costo. Ricorderemo le sconfitte contro le canadesi, orgogliosi di riconoscere la bravura degli avversari. Ricorderemo le vittorie, le pacche sulle spalle. E poi ancora i due gol di Lolle, tutti belli, tutti da bomber di razza. L’esultanza di Pino dopo il gol che lo consacra cecchino d’area di rigore, uomo da mischia! E poi le cavalcate di Miozzo, gambe e cuore, le parate di Elia e Mirko, le sassate di Gig e Werth, il talento di Steiner.

Della finale ricorderemo il gol di Zambiasi, richiamato all’ultimo per giocare, reduce da un risentimento muscolare e protagonista del gol mondiale. Ricorderemo l’MVP della spedizione, Daniele Cagnati, campione sia in campo che fuori, sicuramente uno da “all star team”, ricorderemo le spallate di Bettini, il canadese degli italiani. Ricorderemo la grinta di tutti, di chi ha giocato di più e di chi ha giocato meno, perché questa medaglia d’oro che teniamo al collo è il risultato di ogni minuto giocato, di ogni azione, di ogni episodio, questa medaglia, come dice spesso Caino, è quel centimetro che ci siamo conquistati!

 

Torniamo in Italia dopo aver vissuto un mondiale, con quella gioia indescrivibile che ti dà semplicemente l’esserci stati. Ci portiamo via le maglie da gioco scambiate con gli avversari, fratelli di sport che rincontreremo forse un giorno in giro per il mondo, ci portiamo via i sorrisi dei giapponesi, e la loro sincera commozione nell’abbracciarci: abbiamo conosciuto una generazione di ragazzini molto diversa dalla nostra, più pura e meno contaminata, quasi ancora innocente, che si emoziona per un abbraccio, un regalo! Quelle lacrime salate di gioia, il dono di sapersi emozionare ancora per l’incontro e per il contatto umano, nel Paese degli iPhone 6 dove si piange e si ride ancora insieme, il paese dei contrasti, degli opposti che convivono!!

 

Personalmente voglio ringraziare tutti quelli che hanno abbracciato lo spirito pochèro, nel rispetto di un’Associazione che da due anni lavora intensamente per questo obiettivo e per la sua organizzazione. Voglio ringraziare tutti quelli che ci hanno sostenuto in questi due lunghi anni a partire dai nostri sponsor, è stato grazie a voi se questo viaggio è stato possibile. Ringrazio in particolar modo Luk Miozzo, fondamentale il suo aiuto nell’organizzazione di tutto. Ringrazio Valentina e Gianni dell’Agenzia Swissar Travel,  la Lory, senza i suoi massaggi sarebbe stata dura! Ringrazio particolarmente Becco, perché mi ha emozionato, ho avuto modo di conoscerlo davvero e nella mia vita ho trovato poche persone così umili e così positive, quelle poche parole scambiate alla cerimonia di chiusura sono state per me davvero importanti. Ha ancora molto da dare al Pochi ’89! Avere in squadra persone così è straordinario, ti fa crescere come persona e ripaga diecimila volte qualsiasi sforzo fatto, un grande esempio per tutti!

Ringrazio Rock, perché è quello che più si avvicina alla mia idea di sport, guerriero e capitano, è stato un onore!

E’ stato un onore essere l’allenatore per una settimana di Daniele Cagnati, persona straordinaria sia dentro che fuori dal campo, grande sportivo, grazie perché ha dato al gruppo la serenità giusta! E poi Bettini (come me un “pres”), sicuramente uno dei più grandi talenti del broomball italiano. E poi un saluto speciale agli altri due nonesi, coppia immancabile, Gig e Zambiasi, due grandi persone che ho avuto il piacere di conoscere, ai ragazzi dell'Egna e del Belluno.

Mi hanno premiato come miglior coach del mondiale, riconoscimento alla squadra che più ha fatto meglio, ed è un premio che sicuramente va diviso con tutti!

E’ stata un’avventura straordinaria, giovani che crescono insieme ai meno giovani, mentre il tempo scorre tutti si mettono in gioco con la stessa passione, in questo scambio di esperienze ed emozioni intense!

 

Grazie a tutti, specialmente ai ragazzi del Pochi ’89, sono stato orgoglioso di voi dal primo all’ultimo giorno!

#pres

09/11/2014 commenti (333)